Valutazione d'azienda

Il metodo patrimoniale

Il metodo patrimoniale fa parte dei cosiddetti cost methods. Salvo casi particolari, esso difficilmente rappresenta un metodo di stima autonomo, ma in taluni casi rappresenta un atto dovuto, al fine di cogliere il valore della dimensione patrimoniale dell’impresa.

Il metodo patrimoniale consiste nell’effettuare una “fotografia aggiornata” del valore di un’azienda, rettificando i valori contabili delle attività e delle passività, in modo tale che siano rappresentativi di un valore corrente:

Patrimonio netto rettificato = Patrimonio netto contabile ± Rettifiche

Per comprendere meglio il funzionamento del criterio in questione, si prenda in considerazione la situazione patrimoniale di seguito rappresentata. Il valore contabile della società è espresso dal Patrimonio netto di bilancio, che nel caso in specie è pari a 400 €:

ImpieghiFonti
Macchinari500 Patrimonio netto400
Partecipazione1.000 Passività operative500
Crediti200 Passività finanziarie900
Disponibilità liquide100 
Totale1.800Totale1.800

Tale importo è frutto dell’applicazione di norme civilistiche e di principi contabili che hanno come finalità esclusiva la rappresentazione veritiera e corretta dei fatti della gestione e non certamente la determinazione del valore economico dell’azienda. Occorre dunque svincolarsi dalla logica di bilancio e individuare, per ciascuna voce, il valore corrente, prestando attenzione al fatto che non si tratta di attività e passività tra loro indipendenti, bensì legate da un legame funzionale.

Sulla base di riscontri attendibili, si ipotizzi che:

  • il valore dei macchinari risulta essere pari a 400 €;
  • la società partecipata, iscritta al costo, presenta un valore di 1.800 €;
  • i crediti, parzialmente inesigibili, necessitano di una svalutazione di 50 €;
  • per effetto di un contenzioso, esiste il rischio di una passività potenziale stimabile in 150 €.

Il Patrimonio netto rettificato è così determinato:

Patrimonio netto contabile 400 €
– Rettifica valore macchinari   da 500 € a 400 €– 100 €
+ Rettifica valore partecipazioneda 1.000 € a 1.800 €+ 800 €
– Rettifica valore creditida 200 € a 150 €–   50 €
– Passività potenzialida 0 € a 150 €–  150 €
Patrimonio netto rettificato900 €

                     

Il Patrimonio netto rettificato, cioè il valore dell’azienda, è pari a 900 €. Lo Stato patrimoniale espresso a valori correnti è dunque il seguente:

ImpieghiFonti
Macchinari400 Patrimonio netto900
Partecipazioni1.800 Passività operative500
Crediti150 Passività finanziarie900
Disponibilità liquide100 Passività potenziali150
Totale2.450Totale2.450

Il criterio così sviluppato è detto “metodo patrimoniale semplice”. Laddove sia considerato ai fini del calcolo anche il valore di attività immateriali (intangibles) non rappresentate in bilancio, come ad esempio di marchi e brevetti, il criterio prende il nome di “metodo patrimoniale complesso”.

Di seguito si riporta una breve sintesi delle principali rettifiche che possono essere apportate, segnalando le principali criticità applicative. L’ordine di esposizione è quello delle voci del bilancio civilistico.

Le immobilizzazioni immateriali (marchi, brevetti, opere di ingegno, etc.), laddove se ne ravvisi l’opportunità di valutarle, richiedono l’applicazione di metodiche che sono oggetto di specifico approfondimento nel § 3.11. I costi capitalizzati (costi di impianto e ampliamento e costi di sviluppo) devono essere azzerati, in quanto in una prospettiva di stima non presentano alcun valore corrente.

Le immobilizzazioni materiali (impianti, macchinari, immobili, terreni, attrezzature, etc.) richiedono solitamente l’intervento di un professionista specializzato, che può variare a seconda del bene: perito industriale, geometra, ingegnere, architetto, agronomo, etc. Il valutatore che acquisisce i valori forniti da altri deve dare evidenza di aver svolto a sua volta un’analisi critica, indicando i limiti dei riscontri effettuati.

Un tema che riguarda esclusivamente gli immobili è rappresentato dal calcolo degli oneri fiscali potenziali. Come noto, ai sensi dell’art 67 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), le plusvalenze derivanti da cessione sono soggette a imposte. Nel caso in cui il valore corrente di un immobile sia superiore al valore contabile (cioè al costo storico al netto degli ammortamenti), si manifesta un plusvalore. Benché esso non sia effettivamente “realizzato” in quanto il bene non è oggetto di cessione, ma solo di una rettifica di valore (in sostanza, di una rivalutazione), è prassi consolidata determinare il “costo fiscale” che potenzialmente potrebbe emergere nel caso di futura vendita.

Trattandosi di un’ipotesi eventuale e comunque non appurabile al momento della valutazione, è richiesto di applicare un’aliquota fiscale ridotta, al fine di non deprimere sensibilmente il valore corrente del bene. Solitamente si opta per una aliquota pari al 50% di quella ordinaria, ma sono accettabili anche percentuali differenti, purché ancorate ad una qualche logica. Ipotizzando che un immobile presenti un costo storico ammortizzato di 200 € e un valore corrente stimato in 300 €, il plusvalore è complessivamente pari a + 100 €. La rettifica da apportare al Patrimonio netto non è tuttavia di + 100 €, ma di 100 € al netto dell’aliquota fiscale potenziale, che proprio perché potenziale è stimata essere più contenuta rispetto a quella che dovrebbe essere corrisposta in via ordinaria, qualora il bene fosse effettivamente oggetto di cessione. Tenuto conto che l’IRES è destinata ad assestarsi al 24%, può essere condivisibile utilizzare un valore ridotto della metà, pari dunque al 12%. La rettifica da apportare è dunque così determinata:

Rettifica = 100 € – (100 € x 12%) = 88 €

Le immobilizzazioni finanziarie e le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni sono costituite da partecipazioni, crediti, titoli e strumenti derivati. Nel caso di partecipazioni occorre effettuare una “valutazione nella valutazione”, nel senso che, almeno per le fattispecie in cui sussista un controllo, è necessario valutare le società partecipate con una delle metodiche richiamate in questo capitolo. Le partecipazioni non di controllo possono essere stimate applicando il criterio di valutazione del patrimonio netto, indicato nel § 1.8.6. Titoli e strumenti derivati sono invece valutati al valore di mercato, utilizzando una media delle quotazioni riferite ad un congruo arco temporale, che tenga conto della volatilità dell’investimento (mensile, trimestrale, semestrale).

I crediti, finanziari e commerciali, devono essere valutati in base al valore di presumibile realizzo e occorre verificare se l’importo iscritto in bilancio tenga già conto delle potenziali perdite di valore.

Per quanto attiene le rimanenze, è opportuno verificare le modalità di applicazione del criterio di calcolo prescelto (Lifo, Fifo, medio ponderato) e accertare la presenza di beni obsoleti che non sono più utilizzabili nello svolgimento dell’attività d’impresa. Nel § 1.8.7 si è accennato ai problemi che possono talora sussistere in relazione alla effettiva rappresentatività delle rimanenze ed è buona prassi effettuare riscontri a campione, laddove possibile.

L’esperto deve effettuare anche una ricognizione delle passività. Dal momento che il debito è un valore certo, nel senso che non è soggetto a valutazione come le poste dell’attivo, in astratto l’intervento del valutatore è limitato. Tuttavia è buona norma verificare la natura delle obbligazioni e la presenza di clausole contrattuali che potrebbero comportare impegni specifici, ulteriori rispetto al debito iscritto in bilancio. Per talune voci, come il Fondo TFR, può essere opportuno richiedere ad un professionista terzo un riscontro circa la congruità degli importi indicati.

Un tema che è affidato alla sensibilità del valutatore riguarda la stima delle passività potenziali e la verifica della capienza dei “fondi rischi e oneri” in relazione alla operatività dell’impresa e ai rischi derivanti specifiche attività. L’esperto, laddove ravvisi criticità che potrebbero comportare nel futuro esborsi di denaro o mancati incassi, dovrebbe incrementare tali fondi nella misura che ritiene opportuna.

Autore

Prof. Marco Fazzini
Ordinario di Economia Aziendale, Università Europea di Roma
Dottore Commercialista e Revisore Legale
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